Una seconda perizia per estendere gli accertamenti del Ris di Messina su vecchi reperti e per fare luce sulla strage nell’ovile in cui il 22 gennaio 1993 furono uccisi a fucilate Antonino Spartà e i suoi due figli Pietro Vincenzo e Salvatore e 60 giorni di tempo per comparare il Dna dei familiari delle vittime e degli indagati. A distanza di 32 anni dalla strage, non è ancora chiusa la partita che ha gettato nello sconforto le donne della famiglia rimaste in vita: Rita, la sorella Venera Daniela e la madre Carmela Lo Castro. Nuovi approfondimenti investigativi, quindi, con l’analisi di un asciugamano e di un paio di scarponi nella disponibilità di uno degli indagati. Tamponando le armi, sono state, infatti, trovate tracce di sangue di natura umana, di sesso maschile. «Siamo in attesa di eseguire il test del Dna – spiega Rita Spartà a La Sicilia – e mi chiedo se i Sangani la faranno franca anche questa volta. Sono passati 32 anni e la verità non è ancora emersa. Perché ci costringono ancora a questo supplizio? Ad aspettare di fare il Dna». «Nel frattempo qui – tuona Rita – è come se nulla fosse mai cambiato. Giuseppe Allia, pluripregiudicato, condannato per associazione mafiosa e uno dei maggiori imputati per la strage indossa la divisa della Croce Rossa. Un paradosso. E se anche un’istituzione come la Croce Rossa si è schierata dall’altra parte, vuol dire che non è cambiato nulla». Un anno fa, alle donne della famiglia, in qualità di persone offese era stata notificata una richiesta di incidente probatorio emessa dal sostituto procuratore Alessandro Sorrentino. L’atto giudiziario riguardava il ritrovamento – nell’ambito dell’operazione “Terra bruciata” di alcune armi e munizioni in contrada Dagala Longa. Adesso una nuova comparazione del Dna. La sera del 22 gennaio 1993, nelle campagne di Randazzo, gli Spartà morirono per aver detto “no” al pagamento del pizzo, ma soprattutto per essersi rifiutati di accettare le “regole”, di piegarsi alla famiglia più potente del paese, quella dei Sangani. Tra le cause scatenanti, la denuncia di un anonimo con una telefonata al 112 (ma la chiamata era imputata agli Spartà) che fece arrestare i fratelli Sangani, mentre smantellavano automobili rubate in una campagna vicino all’ovile degli Spartà.
Inoltre, il capo della cosca Oliviero Sangani era stato picchiato nella piazza centrale di Randazzo da Vincenzo Spartà, che si rifiutava di pagare una tangente per la restituzione di un autocarro che gli era stato rubato. Quattro giorni dopo il ritorno in libertà dei Sangani che avevano scontato un brevissimo periodo di carcerazione per il furto di automobili, avvenne la strage. Il triplice omicidio rimase impunito a lungo, per quei tre morti sembrava non dovesse pagare nessuno. Infatti, inizialmente anche per la Cassazione i fratelli Sangani dovevano rispondere soltanto per il reato di associazione mafiosa e non per la strage di contrada Statella. La battaglia di Rita Spartà iniziò subito dopo l’uccisione dei suoi cari, quando, insieme con la madre e la sorella denunciò ai carabinieri i boss locali che avevano minacciato e taglieggiato la sua famiglia che aveva cominciato ad alzare la testa e ribellarsi. Alla denuncia di Rita si aggiunsero le dichiarazioni di alcuni pentiti, che parlarono proprio dei Sangani e dei Ragaglia, l’altro clan che comandava nel paese alle pendici dell’Etna, raccontando vita, morte e miracoli dei gruppi che sull’intimidazione, la paura e la ferocia avevano costruito il potere. Il triplice omicidio, infatti, doveva essere nelle intenzioni della cosca Sangani un segnale chiaro per fare capire chi comandava in paese e che chiunque avesse osato ribellarsi, sarebbe stato eliminato. Rita Spartà si è sempre ribellata. E adesso è ancora e nuovamente in attesa «della verità». Francesca Aglieri Rinella Fonte “La Sicilia” del 26-03-2025